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Elementari. Scuola dell’obbligo. Gli occhi con cui mi guardo adesso sono quelli di una persona totalmente diversa. Quella di uno che difficilmente si butta. Quella di un calmo e pacifico uomo alla soglia dei trent’anni. Ero irrequieto, forse addirittura molesto nella mia vivacità. Di sicuro non cattivo. Un buono che non stava mai fermo. Che se gli dicevi “Fai questo! Fai quest’altro!” te lo potevi anche scordare. Che faceva spallucce e dell’orgoglio se ne sbatteva. Che non aveva molta autostima di se stesso ma che voleva soltanto essere lasciato in pace...

Mi ricordo, in particolare, della paura fottuta che avevo quando, dopo l’ennesima manifestazione di irrequietezza infantile venivo sbattuto fuori dall’aula, messo alla porta neanche avessi appeso per il collo il compagno di classe più odioso. Me ne stavo lì pregando nella mia ingenuità, il dio di mia madre, quel Cristo che forse non è poi così malaccio come lo si pensa ma che raramente ci da prove tangibili della sua esistenza. Stavo lì. Cercavo di attirare vanamente la sua attenzione.
"Ti prego non far passare nessuno ora! Fai che non passi quel direttore arrogante di merda! Lo dirà a mia madre! La chiamerà senza alcun dubbio!".
Non era la porta. Non era il direttore. Erano tutte le conseguenze che avrei pagato a casa. Davanti a mia madre. I suoi “ricatti” a fin di bene per farmi capire. Le sue arrabbiature sicuramente meno grandi di quello che pensavo io all’epoca. Ma avevo solo nove o dieci anni. Non lo capivo.
Quel terrore che provavo nei quindici minuti che passavo al di fuori di quell’aula, salvezza e tortura di ogni piccolo studente, erano infiniti. Eterni. Pulsavano nelle mie tempie come rintocchi ancestrali di pendolo. Ed ogni oscillazione erano secondi in meno tolti alla mia agitata piccola esistenza.

Adesso mi capita di ripensarci ogni qualvolta mi trovo in una situazione di disagio. Sempre messo alla porta da qualcuno dal quale non mi aspettavo tale trattamento.
Metafora del mio vivere odierno. Quella porta che simboleggia il passaggio da uno stato ben definito, da un periodo di vita stabile, all’incertezza, al pane non ancora lievitato dell’esistenza.

12-01-2010 / 19:27